SUSA (TO). Museo Diocesano d’Arte Sacra. Tavola dell’Adorazione della Vergine

La scena rappresentata nella tavola di Defendente è ambientata in un interno rustico, limitato a destra da un tronco d’albero che ha la funzione di sostegno del tetto. La Madonna è china verso il Bambino, posato su un lembo del manto della Madre,  elemento comune all’iconografia dell’Adorazione. La resa del Bambino è ripresa da una tavola di Martino Spanzotti,  parte di un polittico ora smembrato, conservata in una collezione privata e datata tra il 1495 e il 1500.
La rappresentazione è completata da numerosi piccoli angeli, dietro i quali San Giuseppe, inginocchiato, tiene le mani giunte; in secondo piano, a destra dietro un traliccio, compaiono il bue e l’asino. Sullo sfondo una fuga prospettica di architetture in stile rinascimentale termina con un edificio religioso, fornito di una cupola ed inquadrato da un arco, elementi comuni all’Adorazione dei Magi nella Galleria Sabauda di Torino. Squarci di cielo azzurro dominano lo sfondo ed inseriscono una nota luminosa nell’ambientazione della scena.
Dall’influenza della pittura fiamminga derivano l’attenzione con cui è resa la vegetazione in primo piano e la ricchezza cromatica delle vesti della Vergine e di San Giuseppe.
La tavola è datata 1511 e la stessa proviene dalla Certosa di Banda. Restaurata nel 2010.

L’Adorazione è una delle iconografie più ricorrenti nell’opera di Defendente, ed ha il suo prototipo nella cosiddetta Adorazione notturna nel Museo Civico di Arte Antica di Torino, datata al 1510, vedi scheda, che segna il prevalere dell’influenza della pittura nordica, tedesca e soprattutto fiamminga, sui modelli rinascimentali appresi da Defendente durante la collaborazione con Martino Spanzotti, ed un esempio immediatamente successivo a questo nel pannello centrale del polittico della Natività, o Adorazione, nella chiesa di S. Giovanni di Avigliana, risalente al 1511, vedi scheda, mentre uno sviluppo più tardo è la tavola centrale nel polittico di S. Antonio di Ranverso, datato al 1531, vedi scheda.
Le tavole con l’Adorazione hanno uno schema compositivo simile, che varia solo per alcuni particolari, come il numero degli angeli, la posizione di San Giuseppe e la collocazione del bue e dell’asino.

Info:
Museo Diocesano d’Arte Sacra
Via Giuseppe Mazzini n.1 – Susa (To)
Telefono +39 0122622640
EMail: museo@controculturalediocesano.it
Web_ http://www.centroculturalediocesano.it
Apertura: dal 1° Luglio al 31 agosto: Domenica e Lunedì 15.00/18.00; Da Martedì a Sabato: 09.30/12.00 – 15.00/18.00
dal 1 settembre al 30 giugno_ da Sabato a Domenica: 14.30 – 18.00
Durante l’anno visite guidate su prenotazione
Tariffe: Intero: 5,00 € – Ridotto: 3,00 € per minori tra 12 e 18 anni, maggiori di 65, gruppi minimo 10 persone
Gratuito: disabili, giornalisti con tesserino, Guide Turistiche Provincia di Torino, possessori abbonamento musei, residenti a Susa.

Rilevatore: Maria Gabriella Longhetti

ASTI. Collegiata di San Secondo, “Adorazione dei Magi” e “Adorazione dei Pastori”

La storia della chiesa gotica di San Secondo, patrono della città, ancora oggi risulta in buona parte lacunosa e scarsamente documentata, come invece un edificio sacro ditale prestigio richiederebbe. Tuttavia, dalla fine dell’Ottocento ad oggi, la bibliografia apparsa sull’argomento, insieme ai dati emersi nel corso dei restauri degli anni ’60, consentono di ricostruirne, seppure sommariamente, le principali vicende costruttive. L’origine della chiesa risulta assai controversa proprio perché ricco di contraddizioni, e quindi storicamente non utilizzabile, appare il racconto di San Secondo; tradizione vuole, infatti, che il militare romano Secondo, fattosi cristiano per intercessione di San Calogero, sia vissuto nel II secolo d.C. e martirizzato proprio nel luogo ove poco dopo sarebbe sorta la chiesa intitolata al suo nome: in realtà, afferma A. Crosetto, non esistono conferme esplicite circa l’esistenza di una primitiva chiesa paleocristiana.
Il documento più antico in cui viene menzionata la chiesa di San Secondo è datato 1°agosto 880: si tratta di un placito tenuto da Baterico, visconte d’Asti, in cui si fa cenno ad alcune proprietà relative alla chiesa. Sappiamo con certezza, grazie soprattutto al placito del marzo 940 di Uberto, conte d’Asti, che la chiesa, divenuta parrocchia all’inizio del secolo, era situata fuori dalle mura della città, in quanto chiesa cimiteriale. E’ noto infatti che le leggi imperiali del tempo vietavano di inumare i morti all’interno dell’abitato cittadino, per cui le aree cimiteriali si trovavano al di fuori delle mura, ma le incursioni barbariche dei secoli IX e X obbligarono il trasferimento del corpo del Santo nel duomo, più sicuro poiché collocato all’interno della cinta muraria. Di tale traslazione non esistono documenti certi, ma verso l’880 la cattedrale appare intitolata a “Santa Maria e a San Secondo”; ciò attesterebbe la presenza delle reliquie del Santo in tale edificio.
Secondo l’Incisa (1742-1819),la traslazione definitiva sarebbe avvenuta sotto l’episcopato di Bruningo il quale, prima di riportare nuovamente le reliquie del Santo nella collegiata, avrebbe fatto ristrutturare ed ampliare la chiesa, come sembra attestare, ma le interpretazioni non sono concordi, un’iscrizione in arenaria ritrovata nel 1888 e collocata ora nella navata sinistra all’altezza del campanile.
Della fase romanica restano anche alcune testimonianze archeologiche di grande importanza, innanzitutto la cripta databile alla seconda metà del X secolo, e poi l’area cimiteriale che è stata oggetto nel 1990 di una campagna di indagine preventiva da parte della Soprintendenza Archeologica del Piemonte. Secondo A. Crosetto la chiesa romanica era a tre navate, terminava con un abside semicircolare ed era orientata in modo canonico (facciata a ponente e abside ad oriente), anche se leggermente divergente rispetto l’attuale. Di diversa opinione era invece P. Dacquino il quale avanzava la tesi della chiesa orientata nord-sud, con facciata, quindi, sull’attuale via del Teatro.
Nel 1256 il capitolo della collegiata deliberò la costruzione della chiesa attuale e a tal scopo papa Alessandro III, su richiesta dei canonici, concesse il permesso per ottenere offerte dalla popolazione in cambio di indulgenze. Ma fu solo alla fine del Duecento, grazie al suo predecessore, papa Nicolò III, che il capitolo venne in possesso dei mezzi necessari per iniziare tale costruzione.
La facciata attuale. ottenuta allungando verso ovest il corpo della chiesa gotica, è frutto di lavori successivi avvenuti tra il 1457 e il 1462. Nella seconda metà del XV secolo venne anche aperta una nicchia, al di sopra del rosone centrale. Qui, sino alla fine del secolo scorso, si poteva ammirare una statua in pietra, ora di proprietà Bonaccorsi, rappresentante San Secondo, datata da Noemi Gabrielli 1380-1390.
L’interno ha subito nel corso dei secoli numerose modifiche soprattutto per quanto riguarda l’arredo delle cappelle più volte rinnovato.
Dalla visita apostolica di Mons. Peruzzi del 1585 apprendiamo che la chiesa annoverava ben tredici altari oltre il maggiore: cinque nella navata sinistra dedicati alla Madonna presso la sacrestia, al Santo Sepolcro (nella cappella sotto il campanile), a Santa Lucia, a Santa Maria (di patronato dei Palladio) e a San Giuseppe (del patronato dei De Regibus di Bubbio); otto nella navata destra dedicati a San Secondo, San Raffaele Arcangelo, ai dodici Apostoli, ai santi Pietro e Paolo, a San Sebastiano, alla Santissima Trinità (le cui rendite sostenevano le spese per la scuola dei giovani cantori), a San Giorgio e a Santa Maria. Il Peruzzi si sofferma anche sulle numerose icone che ornavano semplici altari in pietra o in mattoni. Fra queste, già campeggiava, sull’altare di San Raffaele della famiglia Cacherano, il polittico dell’Adorazione dei Magi di Gandolfino da Roreto, il solo dipinto cinquecentesco ad esser rimasto in loco insieme alla pala della Natività di patronato della famiglia Borelli.
Durante la visita il Peruzzi notò anche il pessimo stato del pavimento, sconnesso per le frequenti inumazioni di cadaveri, delle pareti e delle colonne, imbrattate di bitume usato per addossarvi gli stemmi che venivano posti in occasione dei funerali, tutte ragioni per cui il vescovo ordinò ai canonici di porvi al più presto rimedio. Sotto l’episcopato di Mons. Aiazza, il 1°giugno 1597, i canonici predisposero il trasferimento delle reliquie del santo; essendosi infatti innalzato il pavimento della chiesa, l’accesso alla cripta risultava disagevole per cui il corpo di San Secondo, dopo una processione per la città con una sosta davanti alla cattedrale e una davanti alla chiesa di San Secondo della Torre Rossa, venne collocato sotto l’altare maggiore (dove vi rimase fino al 1964). In quegli stessi anni si registrano anche alcuni lavori di ristrutturazione alla facciata quattrocentesca, che venne arricchita di un portichetto aperto su tre lati, addossato all’ingresso principale. Sia l’episodio della traslazione che il nuovo portichetto (poi demolito nel 1870) si trovano raffigurati in un affresco del 1711 eseguito da Francesco Fabbrica all’interno del duomo, sopra l’ingresso del portale laterale.
Il 18 marzo 1609 venne istituita, per volere del conte Secondino Natta, la cappella dedicata a San Giovanni Battista in seguito abbellita dagli affreschi di Salvatore Bianchi, pittore già attivo in duomo e in altre chiese della città. Nel corso del sec. XVII si attestano altri importanti lavori di riarredo nella cappella cinquecentesca di Ognissanti e in quella del Crocifisso. L’inizio del XVIII secolo rappresenta un periodo importante per la collegiata in quanto il vescovo Milliavacca (1693-1714), già promotore di alcuni importanti lavori in duomo e in San Martino, fece rifare l’altare maggiore (consacrato il 29 maggio 1708), gli stalli corali, dipingere il coro e commissionò un ricchissimo ostensorio d’argento realizzato dall’orafo Giovanni Tommaso Groppa. Nel 1752 venne risistemato nuovamente il pavimento del presbiterio non essendo più sostenuto in modo conveniente dalle colonne della cripta sottostante. Nel 1770 iniziarono i lavori alla cappella di San Secondo eseguita su disegno dell’architetto torinese Bernardo Vittone (1704-1770) affrescata nei 1772 da Carlo Gorzio. Tra il 1885 e il 1888 per volere dell’allora canonico Giuseppe Borio l’interno venne pesantemente rimaneggiato.
Ai lavori di decorazione, che interessarono nel 1882 anche la facciata dipinta a bande orizzontali bianche e nere, parteciparono Gabriele Ferrero e Luigi Morgari.
Nel 1920, oltre ad alcuni lavori di risanamento della facciata e alla rimozione delle case addossate al prospetto su via Garibaldi, si rimosse l’antico pavimento del 1824 e si realizzò l’attuale in mattonelle rosse. La chiesa così come è visibile oggi, è il risultato dei restauri del 1968-74, che hanno rimosso la decorazione ottocentesca e recuperato alcuni affreschi databili tra il XIV e il XVII secolo nelle tre cappelle della navata destra. Nel 1988, per volere dell’allora parroco di San Secondo Don Pietro Mignatta, venne riaperta la nicchia sopra il rosone centrale. Al suo interno venne collocata una statua di San Secondo in pietra sintetica eseguita dallo scultore Raffaele Mondazzi.

Nell’oratorio che precede la sacrestia si trovano due dipinti su legno che rappresentano l’Adorazione dei Magi e l’Adorazione dei Pastori e che sembra fossero due sportelli di un organo e solo recentemente attributi alla scuola di Defendente Ferrari.
L’Adorazione dei Magi è un’iconografia frequentemente rappresentata da Defendente.
L’Adorazione dei pastori riprende le iconografie delle Adorazioni del Bambino, vedi le varie schede, cui alla Madonna e san Giuseppe, sono aggiunte le figure dei pastori.

TORINO. Duomo, Polittico della Compagnia dei Calzolai nella cappella dei Ss. Crispino e Crispiniano, opera di Giovanni Martino Spanzotti e Defendente Ferrari.

Il Duomo di Torino sorge in una delle zone più ricche di storia della città, a ridosso dell’area archeologica e adiacente al Teatro Romano. L’area sacra anticamente era costituita da ben tre chiese, verosimilmente edificate sulla base di templi pagano preesistenti, intitolate a San Salvatore, a Santa Maria e a San Giovanni Battista, la principale delle tre: la dedicazione al Battista, poi mantenuta anche nel duomo riedificato a fine Quattrocento, è probabile che risalga ai Longobardi e in particolare ad Agilulfo (re dal 591 al 616), la cui moglie, Teodolinda, fece proclamare san Giovanni patrono del regno. 
Tra il 1490 e il 1492 le tre chiese antiche vennero abbattute, lasciando in piedi unicamente il campanile, eretto per volontà del vescovo Giovanni di Compeys nel 1469 ma rimasto incompiuto probabilmente per mancanza di fondi: solo nel 1720 Vittorio Amedeo II deciderà di completarlo, affidando l’incarico a Filippo Juvarra, ma anche in questo caso il progetto non venne portato a termine e la cuspide al di sopra della torre campanaria prevista dal grande architetto barocco non venne mai realizzata.
Il 22 luglio 1491 Bianca di Monferrato, vedova di Carlo I e reggente di casa Savoia, posava la prima pietra del nascente nuovo duomo, sempre dedicato a San Giovanni. La costruzione, voluta fortemente dal duca ma promossa soprattutto dal vescovo Domenico della Rovere, venne affidata a Bartolomeo di Francesco di Domenico da Settignano, detto Meo del Caprina, che la portò a termine in sette anni, come attesta una lapide posta sulla facciata della chiesa.
Il duomo di Torino esibisce forti analogie con le architetture rinascimentali dell’epoca, particolarmente riscontrabili nel disegno della facciata, da collegare alla facciata di Santa Maria Novella a Firenze, disegnata da Leon Battista Alberti, ma anche a modelli romani e in particolare alle facciate di Santa Maria del Popolo e di Sant’Agostino, realizzate durante il pontificato di Sisto IV: si tratta quindi di un disegno fortemente legato alle soluzioni più aggiornate che si erano appena affermate a Firenze e Roma, dove Meo del Caprina fu protagonista di primissimo piano.
La sobrietà della facciata rinascimentale, che assieme al resto dell’edificio rappresentò uno stacco netto con la tradizione costruttiva precedente e con un tessuto urbano ancora essenzialmente medievale, è arricchita dai tre portali monumentali, scolpiti con grottesche, candelabre e trofei classici. La natura profana di queste decorazioni, però, è mitigata dalla presenza di figure di angeli e soprattutto dalle tre chiavi di volta che coronano i tre portali, dove sono raffigurati in quello centrale san Giovanni Battista (connesso chiaramente con la dedicazione della chiesa), il Padre Eterno in quello di sinistra e Gesù in quello di destra, illustrando dunque una sintesi tra Antico e Nuovo Testamento mediata dalla figura del Precursore.
La chiesa, già agibile nel 1495, viene ultimata nel 1505, e il 21 settembre di quello stesso anno è solennemente consacrata. L’impianto rinascimentale che la caratterizza è riconoscibile anche all’interno, specie dopo i restauri del 1926-28 che hanno ‘liberato’ la chiesa dalle decorazioni ottocentesche e dai tamponamenti del Sei e Settecento: la pianta della chiesa è a croce latina, con il braccio lungo diviso in tre navate scandite da pilastri con archi a tutto sesto, e con una cupola ottagonale che si eleva all’incrocio con il transetto.
Nel corso del Cinquecento e fino alla metà del Seicento si susseguirono interventi di natura circoscritta e legata soprattutto alla decorazione delle cappelle laterali. L’evento che si rivelò decisivo per le trasformazioni seicentesche del duomo torinese fu però la decisione di Emanuele Filiberto di Savoia di trasferire la Sacra Sindone da Chambéry a Torino nel 1578, avviando un lungo processo che porterà alla costruzione di una grandiosa cappella progettata da Guarino Guarini.
Nelle navate laterali si aprono sette cappelle per parte, dove però gli apparati decorativi e i dipinti che si ammirano sugli altari odierni non sono più quelli di primo Cinquecento: fa eccezione la cappella dei Santi Crispino e Crispiniano (seconda a destra), la sola a conservare – per quando adattata dal rifacimento seicentesco del vano – il polittico commissionato dalla Compagnia dei Calzolai ai pittori Giovanni Martino Spanzotti e Defendente Ferrari, realizzato verosimilmente tra il 1502 e il 1504.
L’importante polittico eseguito per l’Università dei Calzolai nella chiesa cattedrale di San Giovanni Battista costituisce uno dei più affascinanti problemi su cui si sono cimentati gli storici dell’arte. Il polittico faceva parte dell’arredo del Duomo nuovo che il vescovo Domenico della Rovere volle per la diocesi torinese a partire dal 1491. Come l’edificio, terminato nel 1498, anche la cappella fu oggetto di numerose trasformazioni che hanno determinato lo spostamento o la sostituzione di quasi tutte le tavole dagli altari della cattedrale. Pochi sono i documenti certi sulla cappella dei Calzolai: Dondolino, nel suo libro sul Duomo del 1898, registrava il documento del 20 gennaio 1504 con cui il capitolo del Duomo consentiva a Bartolomeo Robbio di Gattinara di istituire una cappellina dedicata all’Assunta presso la cappella dei santi Orso, Crispino e Crispiniano, dove pochi anni dopo verrà trasferito anche il beneficio della visitazione.
Gli studi di Giovanni Romano hanno precisato i punti di riferimento stilistici e cronologici per le importanti tavole, attribuite a Dürer nel secolo XVIII, riferite nel corso dell’Ottocento a Macrino d’Alba fino alla proposta del Cavalcaselle in favore di Defendente Ferrari.
Il polittico è da attribuire a Martino Spanzotti e al suo atelier con la collaborazione di Defendente Ferrari e la data proposta da Romano, 1498-1504, si basa sia su dati stilistici che di allestimento del polittico. Il restauro (1998) ha permesso di valutare la portata dei diversi interventi, riconoscendo le parti di integrazione, soprattutto nelle cornicette dorate con cui si era allestita la cappella seicentesca. Il risultato è quindi straordinario per la lettura delle tavole ma anche per la storia del polittico che oggi si fa più precisa. Recuperata cromaticamente la pellicola pittorica si è ora in grado di proporne la corretta successione, mentre neppure le indagini condotte in laboratorio hanno sciolto il mistero del cartiglio bianco ai piedi della Vergine.
Il polittico è composto di diciotto tavolette, di cui otto dipinte sui due lati, attualmente inserite in cornici di stucco sulle pareti e sul catino della cappella, mentre in origine facevano parte delle ante del polittico e probabilmente di una seconda predella. Esse raccontano la storia dei S.S. Crispino e Crispiniano ed erano visibili solo nei giorni festivi, quando le ante venivano aperte per mostrare il polittico; una volta richiuse era visibile l’immagine feriale, quasi monocroma, dei Santi e di un committente.
Il polittico invece è composto da cinque elementi: una tavola centrale con la raffigurazione della Madonna che allatta il Bambino, due tavole laterali con i quattro santi, Crispiniano ed Orso a sinistra e Teobaldo e Crispino a destra, un coronamento (superiore) con tre storie relative alla nascita del Cristo ed un coronamento inferiore con cinque scene della Passione. Quando la cappella è stata modificata nel 1669-70, il polittico è stato modificato: è stata eliminata la cassa che lo conteneva e le ante sono state smembrate e le tavolette ottenute sono state inserite nella decorazione a stucco delle pareti.

Nell’intervento di restauro sono state effettuate innanzitutto operazioni di risanamento della carpenteria e di consolidamento del supporto ligneo, sono stati inoltre risarciti i difetti di adesione e coesione degli strati pittorici. Successivamente si è intervenuto con la pulitura della pellicola pittorica e della doratura rimuovendo depositi di sporco, vernici alterate e vecchie ridipinture, effettuate in occasione di diversi interventi di restauro della cappella e del polittico, che sono documentati anche da scritte presenti su cartigli in stucco oppure sul retro delle tavole. Passati interventi di restauro avevano purtroppo compromesso in più punti la policromia, eliminando velature e abradendo la pellicola pittorica; per questo motivo i dipinti erano stati più volte pesantemente ritoccati, in particolare sui fondi, sui manti e soprattutto sui volti.
Il restauro ha rimesso in luce la qualità della pellicola pittorica originale, le lacune e le abrasioni sono state reintegrate con velature ad acquarello che hanno permesso di recuperare quasi del tutto la policromia originale.
Lo studio delle singole tavolette ha permesso di comprendere l’originario posizionamento e la sequenza delle scene. Sono stati raccolti numerosi dati sul retro dei dipinti e sulla posizione delle cornici originali e di restauro. L’immagine feriale oggi non più visibile perché dipinta sul retro delle tavolette applicate nel complesso decorativo della cappella è stata ricomposta e ricostruita fotograficamente.

Note sul restauro a cura di Kristine Doneux.
Una esauriente relazione sull’opera restaurata, a cura di Kristine Doneux, si trova a  >>>

Links per fotografie:
https://www.duomoditorino.it/la-cappella-ai-santi-crispino-e-crispiniano/
https://photoit.photoshelter.com/image/I0000mQiC1nhgssw
http://iviaggidiraffaella.blogspot.com/2018/02/il-duomo-di-torino.html

 

Bibliografia essenziale:
– F. Rondolino, Il Duomo di Torino illustrato, Torino 1898
Archivi di pietra. Nelle chiese di Torino gli uomini, la storia, le arti, Torino 1988
Domenico Della Rovere e il Duomo nuovo di Torino. Rinascimento a Roma e in Piemonte, a cura di G. Romano, Torino 1990
– L. Borello, Il duomo di Torino e lo spazio sacro della Sindone, Ivrea 1997
– M. Momo, Il Duomo di Torino. Trasformazioni e restauri, Torino 1997
Atti del Convegno su i 500 anni del Duomo, Torino 21 febbraio 1998, a cura della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale – Sezione di Torino, Leumann (TO) 2000
Guarino Guarini, a cura di G. Dardanello, S. Klaiber, H.A. Millon, Torino 2006

VERCELLI. Museo Borgogna, “Presepio con angeli adoranti e pastori”.

Categoria e tecnica: tavola dipinta su recto e verso
Autore: Defendente Ferrari (Chivasso, 1480/ 1485- post 1540)
Soggetto: recto: Presepio con angeli adoranti e pastori ; verso: Monogramma di Gesù tra corone e mazzi
Cronologia: 1523 ca.
Firma: non presenti
Riferimenti inventariali: inv. Museo Borgogna 1906, IV, 132
Catalogo Viale 1969: pag. 32, n. 28, Tav. 28-29
Provenienza: Acquistato dall’Avv. Antonio Borgogna all’asta tenutasi presso la Galleria Genolini di Milano nel 1905, per lire 2500 (catalogo d’asta n. 37).

Catalogo di quadri antichi di celebri autori italiani, francesi, tedeschi, fiamminghi, olandesi dal Secolo XIV al Secolo XVIII. Argenteria, Maioliche, Oggetti diversi e da vetrina. La vendita al pubblico incanto avrà luogo nei saloni della impresa di vendite in Milano di A. Genolini, Milano 1905, p. 12, n. 37: “37. Il presepio con pastori e angeli in adorazione. Fondo a paesaggio e interno rustico. Dipinto ad olio su tavola semicircolare, di perfetta conservazione. Al rovescio della tavola il monogramma di Cristo raggiante. Alt. 0,72, largh. 0,45”. Accanto appunto di Antonio Borgogna, a matita: “2500 #”

Collocazione attuale: esposto Museo Borgogna, piano terra, Sala Piemontesi
Dimensioni: senza cornice: 77,5  x  48 x  0,5  cm circa.

Fonte: Fondazione Museo Borgogna

Info:
Fondazione Museo Francesco Borgogna – via Antonio Borgogna 4/6 – 13100 VERCELLI – tel-fax 0161-211338
Url: http://www.museoborgogna.it – e-mail: info@museoborgogna.it – e-mail: sezione schedatura: archivio@museoborgogna.it

VERCELLI. Museo Borgogna, “Madonna in trono con il Bambino, San Giuseppe e Sant’Eusebio” (polittico di Bianze’)

Categoria e tecnica: dipinto su tavola, polittico in cornice architettonica non originale, composto da 6 tavole
Autore: Defendente Ferrari (Chivasso, 1480/ 1485- post 1540)
Soggetto: Madonna in trono con il Bambino, san Giuseppe e Sant’Eusebio; nell’ordine superiore Deposizione dalla croce e i santi Giovanni Battista e Lucia. Noto come “Polittico di Bianzè”
Cronologia: 1525-1530
Firma: n.p.
Riferimenti inventariali: n.p. Catalogo Viale 1969: p. 33, n. 30, tavv. 34-36
Provenienza: in deposito al Museo Leone dal 1920, proveniente dalla chiesa di Santa Maria dei Tabbi al cimitero di Bianzè (VC). In deposito al Museo Borgogna dal 1934
Collocazione attuale: Museo Borgogna, esposto, salone Mario Borgogna
Dimensioni:  con cornice: 373 x 251 x 20 cm; senza cornice (singole tavole):
Madonna in trono con il Bambino: h. 146 x larg. 67 ca.
San Giuseppe: h. 126 x larg. 54 ca.
Santo Vescovo: h. 126 x larg. 54 ca.
Deposizione dalla croce: h. 110 x larg. 66 ca.
San Giovanni: h. 86 x larg. 51 ca.
Santa Lucia: h. 86 x larg. 51 ca.

Notizie storico critiche:
Dopo il furto avvenuto nel 1920 presso la chiesa di Santa Maria dei Tabbi al cimitero di Bianzè di due tavole del polittico, i restanti pannelli vennero trasferiti al Museo Leone di Vercelli.
Nel riordinamento del Museo (1931), Vittorio Viale, riconosciuta la provenienza delle tavole, recuperò i due dipinti rubati  raffiguranti uno Santa Lucia, pervenuta in legato al Museo Civico di Torino e ottenuta in cambio di alcune monete, l’altra raffigurante la Madonna, rintracciata con l’aiuto di Pietro Accorsi a Milano e donata da un anonimo al museo.
Le tavole, restaurate da Carlo Cussetti, vennero collocate in una cornice realizzata dal restauratore su modello di altre di Defendente ed esposte al Museo Borgogna.

Nella CHIESA PARROCCHIALE DI SANT’EUSEBIO A BIANZE’  sono conservate 4 tavole, dipinte a tempera, raffiguranti San Gottardo, San Martino, Santa Agata e Santa Apollonia, ciascuna misura 150 x 95 cm. Le scene dipinte con la tecnica a grisaille sul verso dei pannelli raffigurano le Storie di San Gioacchino e Sant’Anna.
I pannelli erano le ante laterali mobili che venivano chiuse nei giorni feriali.

Link con descrizione delle immagini dei pannelli:
https://dati.beniculturali.it/lodview-arco/resource/HistoricOrArtisticProperty/0100020235.html (san Gottardo)
https://dati.beniculturali.it/lodview-arco/resource/HistoricOrArtisticProperty/0100020234.html (san Martino)
https://dati.beniculturali.it/lodview-arco/resource/HistoricOrArtisticProperty/0100020236.html (sant’Agata)
https://dati.beniculturali.it/lodview-arco/resource/HistoricOrArtisticProperty/0100020237.html (sant’Apollonia)

 

I pannelli furono restaurati, insieme al polittico, e posti ai suoi lati in un’apposita struttura per la mostra tenutasi nel 2015 in occasione del restauro (iniziato nel 2013).
Info per il restauro e i quattro pannelli:
https://www.youtube.com/watch?v=WxgUVHhYYdQ&t=655s&ab_channel=MuseoBorgogna

https://www.lastampa.it/vercelli/appuntamenti/2015/02/28/news/il-polittico-di-defendente-ferrari-in-mostra-al-borgogna-1.35299445 , da cui la foto sotto.

Bibliografia:
– Lacchia C.; Caldera M. (a cura di), Il Polittico di Bianzè al Museo Borgogna. L’autunno di Defendente Ferrari, Museo Borgogna Edizioni e Scalpendi editore, Milano 2015
– V. Viale, Guida alle raccolte dei musei Leone e Borgogna di Vercelli, Vercelli 1934, p. 95
– V. Viale, Civico Museo Francesco Borgogna. I dipinti: catalogo, Vercelli 1969, p. 33, n. 30, tavv. 34-36

Fonte: Fondazione Museo Borgogna

Info:
Fondazione Museo Francesco Borgogna – via Antonio Borgogna 4/6 – 13100 VERCELLI – tel-fax 0161-211338
Url: http://www.museoborgogna.it – e-mail: info@museoborgogna.it – e-mail:  sezione schedatura: archivio@museoborgogna.it

https://www.museoborgogna.it/opere/defendente-ferrari-collaboratori/ (info sul polittico)

 

Deposizione dalla croce.
Proveniente dalla parrocchiale di Bianzè, al centro del secondo registro della pala, è attribuito alla bottega di Defendente Ferrari.
Fonte: – Cinzia Lacchia, Massimiliano Caldera, Il polittico di Bianzè, Scalpendi Editore, Vercelli, 2015, pp. 38, 41.

Madonna in trono con il Bambino e angeli.
Opera in collaborazione con il Giovenone (?).
L’opera (cm. 146 x 67), rubata nel 1920, confluita sul mercato antiquariale e rintracciata da Viale con l’aiuto di Accorsi, fu acquistata da un anonimo il 9 luglio 1934 e in seguito donata al museo vercellese.
La tavola raffigura la Vergine, seduta su un trono dall’imponente costruzione architettonica, e ai lati due angeli, di proporzioni ridotte, con le mani giunte in preghiera. Sullo sfondo un’apertura a oculo, parzialmente tagliata dal margine superiore della tavola, si apre sul cielo terso. Il prototipo dell’opera può essere rintracciato nella tavola centinata della Madonna del Buon Consiglio di Savona, databile al 1511 circa, il cui cartone sembra essere stato replicato nel dipinto di Bianzè.
La stessa iconografia dei personaggi si trova in numerose opere di Defendente come nel pannello centrale del trittico della Galleria Sabauda.
La posa del Bambino, che si svolge lateralmentye, trova un diretto confronto nell’Adorazione dei Magi di Defendente dalla collezione Cibrario poi Contini Bonacossi e dal 1974 al Paul Getty Museum di Malibù.
Per la tipologia del trono, anch’essa più volte riproposta dal pittore, il modello più autorevole sembra essere il polittico per òìaltare dei Calzolai del duomo di Torino di Defendente Ferrari e Giovanni Martino Spanzotti (1498-1504).
Fonte: – Cinzia Lacchia, Massimiliano Caldera. Il polittico di Bianzè. Scalpendi Editore, Vercelli 2015, pp. 76.

Sant’Eusebio.
Opera (cm. 126 x 54) attribuibile alla bottega di Defendente Ferrari in collaborazione con Giovenone (?).
La figura ritrae il vescovo con la mitra, da cui pendono due lunghe infule, un prezioso pastorale in vetro con riccio superiore dorato e rilevato a pastiglia e un fermaglio che chiude il piviale raffigurante una pace con un Ecce Homo.
Il santo è stato identificato in Eusebio (286/300-371), titolare della chiesa parrocchiale di Bianzè, sede originaria del polittico.
Le caratteristiche fisionomiche come la giovane età e l’assenza della barba, elementi non consolidati rispetto all’iconografia più comune del patrono vercellese e di Bianzè, hanno aperto la strada a diverse interpretazioni della figura che non sembrano trovare conferma, come san Ludovico da Tolosa o san Biagio. Tuttavia, nella tavola di Gerolamo Giovenone raffigurante Madonna con Bambino e santi Caterina, Pietro martire, Eusebio e Maddalena (Torino, Galleria Sabauda, inv. 235), il santo, riconoscibile con certezza dall’iscrizione sull’aureola, viene raffigurato con gli stessi attributi iconografici. I tratti del volto, il fermaglio e il pastorale sono analoghi nella figura del beato Warmondo dipinto da Defendente Ferrari nell’Adorazione del Bambino con il beato Warmondo e donatore del duomo di Ivrea nel 1521. La figura sembra replicata in controparte nel santo vescovo del pannello con San Nicola e santa Lucia nel presbiterio di San Giovanni ad Avigliana, attribuito alla bottega di Defendente Ferrari, dipinto a grisaille sul verso, e datato al 1530 circa.
Fonte: – Cinzia Lacchia, Massimiliano Caldera. Il polittico di Bianzè. Scalpendi Editore, Vercelli 2015, pp. 77.

VERCELLI. Museo Borgogna, Defendente Ferrari (attr.), “Madonna in trono”

Categoria e tecnica: dipinto su tavola
Autore: Defendente Ferrari (attr.) (Chivasso, 1480/ 1485- post 1540)
Soggetto: Madonna in trono allattante il Bambino e angeli musici con ribeca e liuto
Cronologia: 1520 (?)
Firma: n.p.
Riferimenti inventariali: inv. Istituto di Belle Arti, Museo Leone inv. n. 98 – Catalogo Viale 1969: pag. 34, n°31, Tav. 37
Provenienza: donato da mons. Iginio Martorelli all’ Opera Pia San Luigi, di qui acquistato da Camillo Leone
Proprietà: in deposito al Museo Borgogna dall’Istituto di Belle Arti di Vercelli dal 1934
Collocazione attuale: Museo Borgogna, esposto, piano terra, salone Mario Borgogna
Dimensioni: in cm con cornice: h. 205 x largh 150 x profondità 19,5 (con traverse); senza cornice: h 146 x largh 60 ca.

Fonte: Fondazione Museo Borgogna

Info:
Fondazione Museo Francesco Borgogna – via Antonio Borgogna 4/6 – 13100 VERCELLI
tel-fax 0161-211338
Url: http://www.museoborgogna.it – e-mail: info@museoborgogna.it – e-mail:  sezione schedatura: archivio@museoborgogna.it

TORINO. Museo Diocesano, Giovanni Martino Spanzotti e Defendente Ferrari, “Battesimo di Gesu'”

Giovanni Martino Spanzotti (Varese?, 1455? – Torino?, dopo il 1526) e Defendente Ferrari (Chivasso?, 1480/1485 – 1540 ca.), Battesimo di Gesù, 1508-1510, Tempera su tavola, 183 x 259 cm.
Questa grande pala rappresenta a tutt’oggi uno dei massimi capolavori del Rinascimento piemontese. Ridono le tante tonalità del verde e dell’azzurro che compongono il bellissimo paesaggio boscoso al centro del quale è la figura di Gesù Cristo, al quale San Giovanni Battista sta impartendo il suo battesimo, metafora della penitenza.
Alle spalle di Gesù, sulla riva dell’ameno laghetto, che in questo caso funziona come traduzione locale del fiume Giordano, stanno due delicati angeli, in ricche vesti diaconali.
Dobbiamo ad Alessandro Baudi di Vesme la trascrizione dei documenti originali, oggi scomparsi, riguardanti la commissione e l’esecuzione di questa tavola, allogata, nel 1508, al pittore Giovanni Martino Spanzotti dalla Compagnia di San Giovanni Battista per il proprio altare all’interno del Duomo nuovo di Torino. A distanza di due anni l’opera non era stata ancora terminata e i membri della Compagnia si accingevano a denunciare il pittore che, vista la situazione, molto probabilmente di lì a poco tempo dovette consegnarla (Romano 1990, pp. 332-338). Sebbene i documenti citino esplicitamente Spanzotti, pittore di origini lombarde, attivo nella città di Casale Monferrato fin dal 1481, non pochi sono i dubbi sul fatto che solo lui possa aver dipinto interamente l’opera, per via di differenze stilistiche riscontrabili tra il gruppo principale e altre parti della scena. Alla mano del maestro credo spettino le figure del Cristo e del Precursore, modellate dal dolce rincorrersi di lievi passaggi chiaroscurali, studiati al fine di rendere il più veritieri possibili i corpi, plasticamente potenziati dalla massa delle vesti. Alla base almeno dell’immagine di Cristo è certa l’esistenza di un cartone preparatorio, che Spanzotti riutilizzò dopo aver dipinto una prima versione del Battesimo, fino a cent’anni fa ancora nella collezione Medici del Vascello.
Diversi invece sono gli Angeli sul fondo, immobili nella affogante preziosità dei loro abiti e curati nella resa quasi graffiante dei volti. Quest’ultima parte dell’opera non è impossibile spetti a Defendente Ferrari, probabile allievo dello Spanzotti, con il quale solo qualche anno prima si ritiene possa aver dipinto il polittico dei Santi Crispino e Crispiniano, ancora conservato all’interno del Duomo di Torino. L’attribuzione si basa sui confronti che è possibile fare con le opere che l’artista certamente dipinse a cavallo tra Quattrocento e Cinquecento, tra cui spicca l’Adorazione del Bambino della pinacoteca dell’Accademia Albertina di Torino, vedi scheda, dipinta tra il 1496 e il 1500 per la cappella Gromo in San Domenico di Biella, che è uno dei più antichi esempi di pala rinascimentale a spazio unico dipinti in Piemonte (Manchinu, 1998, pp. 37-42; Romano 2003, pp. 40-41).
Una volta posto sull’altare, il Battesimo di Gesù servì da modello per altre scene simili, come quelle affrescate, ancora entro il primo quarto del XVI sec. nella cappella Provana in San Pietro di Pianezza e nella chiesa di frazione San Giovanni a Villafranca Piemonte.

Autore: Luca Mana

 

Fonte: Il Museo Diocesano di Torino, catalogo storico artistico, a cura di Luigi Cervellin e Natale Maffioli, Edizioni del Graffio 2011, pp. 78-79.

Bibliografia:
– P. Manchinu, Gli eredi biellesi di Defendente Ferrari, in Rivista Biellese, II, 1; gennaio pp. 37-42;
– G. Romano (a cura di), Domenico della Rovere e il duomo nuovo di Torino, Torino 1990, pp. 264-338, pp. 236-239, p. 208 nota 10;
– G. Romano, Un polittico di Martino Spanzotti per San Francesco a Casale, in Brera mai vista, Giovanni Martino Spanzotti. Un polittico ricostruito, Catalogo della mostra, a cura di M. Ceriana, V. Maderna, C. Quattrini, Milano 2003, pp. 9-41.

TORINO. Museo Diocesano, Gerolamo Giovenone, “San Nicola da Bari”


Gerolamo Giovenone (Vercelli, 1486/1487 ca. – 1555), San Nicola da Bari (1509/1510 ca., Tempera su tavola, cm. 81×150, Torino.
Fino a pochi anni fa per vedere questa bella tavola bisognava entrare nella sacrestia del Duomo di Torino, dove è giunta non si sa quando. Dal 2008 è esposta nel Museo Diocesano di Torino che ha sede nella Chiesa Inferiore del Duomo.

Posto in primissimo piano, sullo sfondo di un paesaggio essenziale, San Nicola da Bari è riconoscibile non tanto per via degli abiti vescovili quanto per le tre sfere dorate che porta nella mano sinistra, che, come vuole la leggenda, furono donate affinché tre giovani fanciulle fossero salvate dalla prostituzione. In pastiglia coperta dalla foglia d’oro sono, oltre che le tre sfere, il bastone pastorale e i particolari ornamentali della mitria e del piviale, quest’ultimo fermato sul petto per mezzo di un razionale a forma di pace, con raffigurata l’immagine del Cristo nel sepolcro, di spanzottiana memoria.
E’ probabile che la tavola facesse parte di un polittico, del quale tuttavia non sappiamo nulla. L’attribuzione del dipinto al pittore vercellese Gerolamo Giovenone, membro di una famiglia d’artisti originaria di Novara, è stata confermata da Giovanni Romano, che nel percorso figurativo dell’artista lo datava intorno al 1508, anno in cui furono dipinte due tavole portate a confronto, già facenti parte di un trittico commissionato dalla famiglia biellese dei Meschiati (Romano 1990, p. 332). Datazione che forse è possibile posticipare di qualche anno, intorno al 1509-1510 ca., per l’evidente debito che il viso del santo ha con il volto del Dio Padre dipinto da Gaudenzio Ferrari nel polittico di Sant’Anna di Vercelli, che, commissionato all’allora giovane maestro di Valduggia nel 1508, fu dipinto entro l’anno successivo. A parte comunque questo particolare, per il resto tutto ricorda la produzione di Giovanni Martino Spanzotti e Defendente Ferrari, che di Giovenone furono i probabili maestri nella Chivasso di primissimo Cinquecento (Baiocco 2004, pp. 147-187).

Autore: Luca Mana

Fonte: Il Museo Diocesano di Torino, catalogo storico artistico, a cura di Luigi Cervellin e Natale Maffioli, Edizioni del Graffio 2011, pp. 80.

Bibliografia:
– G. Romano (a cura di), Domenico della Rovere e il duomo nuovo di Torino, Torino 1990, pp. 264-338, pp. 236-239, p. 208 nota 10;
– S. Baiocco, Gerolamo Giovenone, in Gaudenzio Ferrari. Gerolamo Giovenone. Un avvio e un percorso, a cura di S. Baiocco, E. Villata, Torino 2004, pp. 147-187.

VERCELLI. Museo Borgogna, Defendente Ferrari e Girolamo Giovenone, trittico con “Madonna con Bambino in trono, angeli e Santi”

Categoria e tecnica: dipinto su tavola, in cornice originale in legno intagliato, dorato e dipinto.
Autore: Defendente Ferrari (Chivasso, 1480/ 1485- post 1540), Girolamo Giovenone (Barengo 1490 ca.- Vercelli 1555).
Soggetto: pannello centrale: Madonna con Bambino in trono e angeli con strumenti musicali (ribeca e liuto);  pannello laterale sinistro: San Francesco e il beato Angelo Carletti; pannello laterale destro: San Sebastiano e Santa Marta.
Cronologia: primo quarto del XVI secolo (1513 ca.)
Riferimenti inventariali: inventario Istituto di Belle Arti n. 56
Catalogo Viale 1969: n. 29, p. 32, tavv. 30-33
Provenienza: Cuneo, chiesa di Sant’Antonio fuori le mura. In seguito trasferito nella chiesa di Cuneo, Santa Maria degli Angeli (altare maggiore). Acquistato da Edoardo Mella presso l’antiquario Giuseppe Baslini di Milano per 1.600 lire nel 1865 e donato all’Istituto di Belle Arti.
Proprietà: in deposito al Museo Borgogna dall’Istituto di Belle Arti di Vercelli dal 1934.
Collocazione attuale: Museo Borgogna, esposto, piano terra, salone Mario Borgogna
Dimensioni: totale  218 x 208 x  21 cm. Pannello centrale: 193,5 x 61 x  2 cm.  Pannello laterale sinistro:  119 x 44,7 x 1,5 cm. Pannello laterale destro:  119 x 44 x  2 cm.

Bibliografia:
Napoleone e il Piemonte. Capolavori ritrovati, a cura di B. Ciliento con M. Caldera, catalogo della mostra (Alba, Fondazione Ferrero 2005-2006), Savigliano 2005, scheda n. 32 di P. Manchinu, pp. 210-211.

Vedi pag, 210, vedi pag. 211

Info:
Fondazione Museo Francesco Borgogna – via Antonio Borgogna 4/6 – 13100 VERCELLI – tel-fax 0161-211338
Url: http://www.museoborgogna.it – e-mail: info@museoborgogna.it – e-mail sezione schedatura: archivio@museoborgogna.it

VERCELLI. Museo Borgogna, “Madonna assunta e incoronata”


Categoria e tecnica: dipinto su tavola in legno di pioppo in cornice dorata.
Autore: Defendente Ferrari (Chivasso, 1480/ 1485- post 1540)
Cronologia: 1515-1520 (Viale, 1969)
Firma: non presente
Riferimenti inventariali: inv. Istituto di Belle Arti. Museo Leone n.105
Catalogo Viale 1969: pag. 31-32, n° 27, Tav. 26-27
Provenienza: deposito dall’Istituto di Belle Arti di Vercelli, acquistato dal Cav. Dionisotti nel 1864 (?)
Proprietà: in deposito al Museo Borgogna dall’Istituto di Belle Arti di Vercelli dal 1934
Collocazione attuale: Museo Borgogna, piano terra, salone Mario Borgogna
Dimensioni:  con cornice: 207 x  103,5  x  10,7 cm; senza cornice: 188 x  85,5 x  2,5 cm.

Resta ancora ignota la provenienza dell’opera citata per la prima volta da Gustavo Frizzoni nel 1868-1870 nella Pinacoteca dell’Istituto di Belle Arti. La tavola costituiva probabilmente il pannello centrale superiore di un polittico disperso come testimonierebbero il gesto dell’angelo ai piedi della Vergine, intento ad osservare una scena sottostante, e la traccia della cornice che separava i due registri. Verosimilmente nel registro inferiore si trovava una scena raffigurante la Morte della Vergine. L’intervento di restauro ha eliminato le vecchie ridipinture mettendo in luce la materia preziosa degli incarnati e, in particolare, la lucentezza del cielo striato di nubi illuminate da stesure di oro. E’ riemersa la tonalità blu dell’abito della Vergine, anch’esso lumeggiato con tratti di oro, oltre alle piccole croci dorate che coronano la fronte degli angeli. La tecnica esecutiva e i rapporti con l’Immacolata della Sacra di San Michele (1505-1507,  vedi scheda), consentono di collocare il dipinto nella fase giovanile di Defendente Ferrari. L’Assunta di Gerolamo Giovenone di Budapest (Szépművészeti Múzeum), dipinta entro il 1509 e ispirata a questo modello, costituisce un terminus ante quem per la tavola del Borgogna. L’immagine dell’opera fu scelta da Vittorio Viale per illustrare la copertina del catalogo della Pinacoteca del Museo Borgogna redatto nel 1969.

Iconografia simile si ritrova in altre opere di Defendente, come a San Martino Alfieri, vedi scheda.

 

Info:
Fondazione Museo Francesco Borgogna – via Antonio Borgogna 4/6 – 13100 VERCELLI
tel-fax 0161-211338
Url: http://www.museoborgogna.it – e-mail: info@museoborgogna.it – e-mail sezione schedatura: archivio@museoborgogna.it