FIRENZE, Galleria degli Uffizi, “Madonna del latte”

Descrizione:

Firenze, Palazzo Pitti, Defendente Ferrari, Madonna col Bambino.

La tavola di Defendente, insieme alle immagini della Madonna nel trittico della Sacra di S. Michele (vedi scheda), nel polittico dei Calzolai nella cattedrale di Torino (vedi scheda), e nel trittico della Galleria Sabauda di Torino (vedi scheda), attesta la presenza di una iconografia ripresa dall’arte fiamminga, la Madonna del latte, documentata da un’opera di Rogier van der Weyden, pittore fiammingo vissuto tra il 1400 e il 1464 circa. Altre opere dell’artista fiammingo che mostrano la Madonna che allatta Gesù sono la Madonnina Northbrook nella Galleria Thyssen di Lugano, e la Madonna di S. Luca a Boston nel Museum of Fine Arts.
Le posizioni del Bambino nella tavola di Firenze ed in quella di Tournai sono speculari; la Madonna di Defendente mostra il contrasto cromatico tra il blu del manto e il rosso dello sfondo, frequente nei dipinti del pittore chivassese, e una maggiore ricchezza decorativa in confronto all’opera del pittore fiammingo, visibile soprattutto nelle pieghe e nell’orlo del manto.

Rilevatore: Mariella Longhetti

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Dal catalogo della mostra I Bambini e il Cielo, a cura di Alessio Geretti, Serenella Castri, Umberto Allemandi & C., Torino 2012, p. 222.
“Nonostante una produzione ampia, indice di un ottimo successo commerciale (il suo catalogo si aggira attualmente intorno al centinaio di numeri), la figura di Defendente Ferrari è una riscoperta critica piuttosto recente.
Soltanto nel 1875 Francesco Gamba rendeva noto un documento datato al 21 aprile 1530, dove veniva ricordato un “Deffendente de Ferrariis de Clavaxio pinctore” in rapporto alla pala d’altare per l’abbazia di Sant’Antonio di Ranverso a Buttigliera Alta, nella val di Susa. Partendo da quell’opera sicura (o almeno così si spera, poichè il documento è irreperibile), Gamba inaugurò la ricostruzione stilistica del pittore.
La Madonna col Bambino qui esposta fece la sua comparsa nella bibliografia agli inizio del XX sec., quando Santo Monti (1902) la vide nella collezione di Vittorio Rovelli a Como, e la riconobbe come opera del Ferrari.
Non sappiamo con precisione quando fu ceduta, ma intorno al 1930 era già entrata nella collezione Contini Bonacossi a Firenze. Pervenne infine agli Uffici col la donazione di parte della raccolta Contini Bonacossi, nel 1969.
Nonostante una provenienza prestigiosa, una collocazione agevole e un unanime riferimento all’artista, la nostra Madonna non ha goduto di molto interesse da parte della critica, tanto che Vittorio Natale poco più di venti anni orsono poteva ancora accennare come a una tavola “sempre trascurata” (V. Natale, in Piemontesi e lombardi 1989, p. 105).
La causa di questa momentanea sfortuna è da individuare in un’incongrua datazione al terzo decennio del Cinquecento (Salmi 1967), che di fatto relegava la tavola fiorentina al rango di stanca ripetizione di modelli devozionali già messi a punto da Defendente in anni precedenti, e poi replicati senza alcun brio per far fronte alle richieste della committenza (Natale 1979).
Con il passare degli anni, la datazione del nostro dipinto si è fatta sempre più precoce, risalendo dal 1520-1530 al 1511-1513 (V. Natale, in Piemontesi e lombardi 1989, p. 105), quindi fino al 1505 circa (Romano 2002), ovvero agli esordi della carriera del pittore: ricordiamo infatti che per incontrare la prima opera datata di Defendente occorre attendere il 1509 del San Girolamo della Pinacoteca di Brera (C. Spantigati, in Pinacoteca di Brera 1988, pp. 22-23).
Così arretrata, la Madonna Contini Bonacossi viene a trovarsi nel pieno della fase giovanile dell’artista, ancora contrassegnata dagli stringenti rapporti stilistici con Martino Spanzotti.
Il confronto si fa poi particolarmente serrato con due opere capitali, ovvero il polittico sull’altare dei Calzolai nel Duomo di Torino, (vedi scheda), e il trittico della Sacra di San Michele, (vedi scheda).In queste due opere il gruppo della Vergine col Bambino è concepito in maniera del tutto simile, e la qualità della pittura è particolarmente elevata (tanto che lo stesso Giovanni Romano 1990b, pp. 160-172, pensava che lo scomparto centrale del trittico di San Michele, dall’esecuzione incredibilmente accurata, dovesse spettare a un geniale artista anonimo poi scomparso improvvisamente). Calata in questa rete di confronti, la nostra tavola diviene allora testimone di una fase sperimentale, nella quale Defendente medita con rapidità gli esempi di Spanzotti, mantenendosi a un livello qualitativo che non sempre, in seguito, riuscirà a sostenere. Il modello è la citata pala del Duomo di Torino, condotta in collaborazione tra Spanzotti e Ferrari negli anni 1498-1504 (Romano 1990a, pp.278-325).
La critica ha più volte evidenziato le suggestioni fiamminghe, per via della resa meticolosa dei dettagli e per certe geometrie angolose dei panneggi, ma va senza dubbio raccolto il suggerimento di P. Manchinu (in Napoleone e il Piemonte, 2005, pp. 202-203), secondo la quale l’idea compositiva deriverebbe da prototipi di Durer, quali la Sacra Famiglia con cinque angeli (Fara 2007, pp. 330-332). Si tratterebbe quindi una ripresa molto rapida, quasi in tempo reale.
Il trattamento pittorico raffinatissimo conferisce ai modelli nordici un’inedita eleganza. Il senso di intimità familiare che si coglie nelle composizioni di Durer è qui sublimato attraverso la geometria purissima del volto della Vergine, e la cura assoluta nella descrizione delle stoffe e degli ornamenti. Eppure, il gesto del Bambino che solleva il manto bianco in cerca del seno della Madre riesce a riscaldare una raffigurazione di algida eleganza, dominata dalla sottile malinconia dello sguardo della Vergine.”
Autore: Michele Danieli

Bibliografia:

– Santo Monti, Storia ed arte nella provincia ed antica diocesi di Como, Nani, Como 1902, pp. 119-120;
– Francesco Malaguzzi Valeri, Arte retrospettiva: la rinascenza artistica sul Lago di Como, in “Emporium“, XX, 119,  1904, p. 370;
– Alessandro Baudi di Vesme, Schede Vesme, L’arte in Piemonte dal XVI al XVIII sec., 4 voll., Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti, Torino 1963-1982, IV, p. 1288;
– Mario Salmi, La donazione Contini Bonacossi, in “Bollettino d’Arte“, LII, 1967, p. 225;
– Bernard Berenson, Italian Pictures of the Renaissance. The Central Italian and North Italian Schools, 3 voll., Phaidon, New York-London 1968, I, p. 105;
– C. Caneva, in Uffizi,  1979, p. 262;
– V. Natale, in Piemontesi e lombardi 1989, p. 105;
– Giovanni Romano (a cura di), Spanzotti, Macrino e una Madonna fortunata, Antichi Maestri Pittori, Torino 2002, p. 13;
– P. Manchinu, in Napoleone e il Piemonte 2005, pp. 202-203.